GEORGIA

Dalla Georgia, per una politica energetica dal basso

Le proteste contro la costruzione del complesso idroelettrico Namakhvani HPP in Georgia rivendicano una politica energetica sostenibile e collettiva per il Caucaso meridionale ed oltre

OLTRE OGNI ASPETTATIVA

Lo scorso autunno, un piccolo gruppo di abitanti della Valle del Rioni, nella regione montuosa della Racha-Leckhumi in Georgia, ha piantato una tenda accanto al cantiere della compagnia Enka Renewables, per protestare contro la costruzione del più grande progetto idroelettrico del paese: le dighe di Namakhvani.

Dopo oltre quattro mesi, la tenda è ancora nello stesso luogo ma accanto ne sono spuntate altre a testimonianza della crescita oltre ogni aspettativa di questo movimento nato in una delle regioni più marginali del paese. Il 13 marzo 2020 oltre cinquemila persone si sono unite ai Guardianə* della Valle del Rioni – nome con il quale adesso sono conosciuti in tutto il paese e oltre – per protestare contro questa infrastruttura.

 

La volontà è quella di opporsi alla logica estrattiva che caratterizza la politica energetica promossa dal governo georgiano, e supportata da molteplici istituzioni internazionali sotto l’ombrello della transizione, e promuovere invece fonti di energia rinnovabile.

 

Nell’ultimo decennio, l’imperativo di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili ha acquisito un posto centrale nelle strategie di sviluppo infrastrutturale sostenute dalle banche internazionali come la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), Banca d’Investimento Europea ed il Fondo Monetario Internazionale che hanno dirottato un’ingente proporzione dei loro investimenti verso fonti rinnovabili.

Se non ci sono dubbi sull’urgenza di investire in una produzione energetica che sia sostenibile per l’ambiente e le popolazioni a livello globale, questo stesso obiettivo viene simultaneamente negato dalle pratiche che sostengono la “transizione” in corso. Nella realtà, troppo spesso i nuovi circuiti energetici riproducono logiche estrattive simili a quelle che marcano il petro-capitalismo, rinnovando così lo sfruttamento degli ecosistemi, e di coloro che li popolano, a favore del profitto delle multinazionali dell’energia.

In Georgia, uno dei paesi con il maggior investimento pro-capite da parte della BEARS – banca che fu creata per governare una transizione precedente, quella dall’economia pianificata al mercato, e che continua ad essere un attore centrale in tutto lo spazio post-socialista – lo sfruttamento dell’energia idroelettrica è un pilastro della strategia energetica dell’attuale governo.

 

O almeno così viene ripetuto da vari ministri, nonostante l’effettiva mancanza di un documento completo e approfondito che esponga questa strategia.

 

Malgrado questa assenza ingombrante, più di 100 dighe di varie misure sono attualmente in cantiere tra le varie regioni del paese. Osservando lo scontro attuale attorno allo sviluppo del complesso di Namakhvani è possibile distinguere alcuni dei molteplici fili che convergono nelle lotte contro le grandi dighe, in Georgia come in tutto lo spazio post-socialista, e tracciare i contorni di una nuova politica energetica, più equa e realmente sostenibile.

 

RISCHI VECCHI E NUOVI

Alla base dell’opposizione contro le dighe di Namakhvani c’è la constatazione dei molteplici rischi ambientali connessi a questa infrastruttura. Diversi gruppi di scienziati si sono uniti agli abitanti locali nel criticare la mancanza di valutazioni ambientali necessarie per l’approvazione di un progetto così ingente. In particolare, i rischi sismici sono allarmanti, come ha fatto ripetutamente notare Tea Godolaze, la direttrice dell’Istituto di Scienze Geofisiche dell’Università Statale Ilia a Tbilisi.

Oltre alla possibilità di scatenare terremoti di varia intensità e moltiplicare le slavine già frequenti nella valle, l’impatto della diga sui livelli di umidità del territorio rischia di sradicare un numero considerevole di specie di flora endemiche come, per esempio, la vite Tvishi (da cui viene prodotto l’omonimo vino): una varietà pregiata e unica di questo territorio, alla base di un modello di sviluppo sostenuto e condiviso dagli abitanti della valle.

 

Se l’impatto dell’infrastruttura sull’ambiente e le popolazioni della valle compongono il primo, fondamentale, livello dell’attuale lotta, nel corso delle proteste sono emersi altri aspetti che costituiscono un cardine cruciale all’espansione del movimento al di là della regione e dell’intero paese.

 

Con il progredire delle proteste nell’inverno del 2020 e la crescita di sostenitori provenienti da fasce eterogenee della società georgiana, anche l’analisi alla base del movimento è diventata più complessa, arrivando ad articolare molte domande critiche su molteplici livelli. È stato messo in discussione l’utilizzo di una proporzione sempre più alta della produzione energetica locale (fino al 10%) per il bitcoin mining – un’attività ad altissimo consumo energetico e con benefici sociali pari a zero, anche grazie al regime fiscale del paese basato sulla flat-tax e infinite agevolazioni per gli investimenti privati.

In altre parole, il movimento ha iniziato ad andare oltre le questioni di ingiustizia locali mettendo in discussione la politica del settore energetico in sé. Nell’Est post-socialista, le lotte ambientali degli ultimi decenni sono state spesso reticenti nell’articolare rivendicazioni apertamente anticapitalistiche.

Le proteste per salvare la valle del Rioni, forse per la prima volta in maniera così estesa, stanno aprendo uno spazio di opposizione corale e molteplice alle politiche di sviluppo imposte all’indomani del collasso dell’Unione Sovietica. Politiche riprodotte negli anni da governi successivi sotto lo slogan di “there is no other way” (non c’è alternativa) “di thatcheriana memoria”.

Uno dei momenti centrali per la campagna è stata la pubblicazione del contratto tra l’azienda turca, Enka Renewables, e lo stato georgiano in palese contraddizione con le dichiarazioni del governo che dipingevano Namakhvani come un tassello fondamentale per l’indipendenza energetica del paese e per una fornitura di elettricità sostenibile e, soprattutto, economica.

Il contratto è l’ennesima testimonianza della sottomissione di risorse pubbliche da parte delle élites politiche locali agli interessi del capitale internazionale. In primo luogo, dal contratto si evince che, ancor prima che le valutazioni d’impatto ambientale – poi rivelatesi inadeguate – fossero presentate dalla corporazione, Enka, che aveva acquisito un territorio di 600 ettari nella valle per 99 anni al prezzo simbolico di 1 euro.

Ancora di più, nell’accordo lo stato offre infinite garanzie all’azienda: oltre a fornire i terreni e le connessioni infrastrutturali per l’esportazione dell’elettricità, finanziate con fondi pubblici (tramite prestiti sanzionati della BERS), il governo s’impegna ad acquistare elettricità prodotta dall’infrastruttura ad un prezzo fisso – che in alcune stagioni è superiore al costo dell’elettricità importata – per 15 anni.

 

E ha anche l’obbligo di pagare una quota annuale all’azienda, anche nel caso che quest’ultima non riesca a produrre la quantità indicata di elettricità. Tutto questo in cambio di un investimento di 800 milioni di dollari da parte della compagnia verso lo sviluppo del complesso idroelettrico.

 

I termini di questo accordo sono tristemente familiari per chiunque si sia occupato delle relazioni tra stato e capitale mediate dalle grandi infrastrutture nei passati decenni, non solo in paesi periferici come la Georgia ma a livello globale. È proprio, però, nel prendere atto di queste logiche, tanto distruttive quanto ripetute, alla base dell’attuale transizione verso l’energia rinnovabile nel Caucaso Meridionale, che il movimento per salvare la Valle del Rioni sta estendendo i suoi confini.

 

ALTRE ENERGIE

La resistenza nella valle di Rioni è l’ultima di una serie di mobilitazioni contro progetti simili in altre regioni montuose della Georgia dove scorrono i fiumi al centro della recente corsa all’idroenergia. Pertanto, si possono vedere i Guardiani della Valle come parte di un movimento più ampio in opposizione a grandi opere progettate e costruite senza alcuna attenzione per le popolazioni e gli ecosistemi che attraversano.

 

Questo movimento eterogeneo si reincarna in varie lotte, oltre i confini georgiani, non tutte ancora perfettamente connesse ma che accumulano progressivamente conoscenza ed esperienza, oltre a sostenersi a vicenda.

 

Non è un caso che nelle critiche articolate dai Guardiani della Valle si possano ora scorgere echi di altre opposizioni a mega infrastrutture: dalla lotta contro la TAP, che passando per la Georgia arriva fino alle sponde pugliesi di Melendugno per rifornire di gas naturale il Nord d’Europa, al conflitto pluridecennale contro la TAV.

È esattamente da queste connessioni che l’emergente forza della lotta contro Namakhvani si nutre, ponendo lentamente le basi per una politica energetica che ha trovato le sue radici nel conflitto contro le logiche estrattive promosse da stati e corporazioni.

Da un lato, nel contesto georgiano questa lotta ha già creato un precedente unico di mobilitazione autorganizzata di massa che ha trovato il sostegno di varie regioni della Georgia e che unisce una molteplicità e complessità di istanze ed intersezioni alla base della marginalizzazione di una gran parte della popolazione georgiana.

 

Maka Suladze, una delle leader del movimento Save the Rioni Valley. Schermata dal cortometraggio Land, Water (Nino Gogua e Eka Tsotsoria, 2020)

 

Dall’altro, un massiccio, e inaspettato, sostegno è arrivato da parte delle comunità migranti sparse in Europa: un esempio è stato, il 23 febbraio scorso, il presidio sotto l’ambasciata georgiana a Roma, a sostegno delle proteste di Kutaisi. A tessere insieme i vari elementi di questa protesta ed incitare il supporto di così tante persone sono state senz’altro le persistenti tattiche di mobilitazione dei Guardiani della Valle del Rioni, la loro capacità di resistenza di fronte alle strategie repressive dello stato e le posizioni etiche che hanno assunto.

Queste non si limitano solo alla difesa del territorio al quale i Guardiani della valle del Rioni si sentono di appartenere ma anche e sempre più articolano un’opposizione a quella che di fatto è stata l’unica direzione della politica economica dei passati 30 anni in Georgia, caratterizzata da un’apertura totale verso investimenti privati in ogni ambito: dalla sanità, all’energia, alle speculazioni immobiliari, fino all’ ultima frontiera delle crypto-currencies.

Uno sviluppo energetico realmente sostenibile deve distanziarsi permanentemente dalla logica che pone le diverse fonti energetiche come risorse da estrarre e sfruttare con la maggior intensità possibile: in pochi secoli, l’impatto di queste operazioni ha lasciato un marchio irreversibile sugli equilibri del pianeta. Con la loro composizione eterogenea ed in continua espansione lotte come quella contro le dighe di Namakhvani pongono le basi per una politica energetica antagonistica a queste logiche, denunciando il ruolo delle grandi opere infrastrutturali nel prolungarne l’esistenza.

* In georgiano è di genere neutro.

Tutte le foto, eccetto dove indicato, di Fair Energy Politics Collective.

Fair Energy Politics Collective (სამართლიანი ენერგოპოლიტიკისთვის) è una rete che mette insieme individui e gruppi nella lotta per una politica energetica sostenibile e realmente comune, in Georgia ed oltre. La piattaforma è nata Tbilisi nel 2020 per supportare le proteste contro le dighe di Namakhvani e Oni, in Racha-Leckhumi. Qui per supportare le loro lotte!

ARTOCOLO PUBBLICATO IL 31 MARZO 2021 E TRATTO DA:

Dalla Georgia, per una politica energetica dal basso – DINAMOpress

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