Progetti di estrazione di Litio nel Lazio

Negli ultimi mesi la regione Lazio ha ricevuto diverse richieste di ricerca per possibili progetti di estrazione del litio nelle regioni dell’Alto Lazio. Non si tratterebbe di nuovi scavi ma di sfruttare pozzi già esistenti, scavati da ENI a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Proponiamo qui di seguito una veloce rassegna stampa di quanto uscito recentemente sui media locali e nazionali, che riportano cifre e aggiornamenti sullo stato dei progetti, mancando per contro -immancabilmente- di una minima analisi critica che si scosti dal mantra (o “specchietto per le allodole”) della transizione energetica e di quanto finalmente anche nel Belpaese ci sia una “risorsa” mineraria da vendere alle multinazionali, per sentirsi importanti nello scacchiere energetico globale.

Le aziende che al momento hanno innoltrato le richieste sono la società tedesca Vulcan Energy Resources e l’italo-australiana Energia Mineral Italia, che fa riferimento alla multinazionale Altamin, già presente in Italia con il Progetto di Gorno (per il riavvio della miniera di piombo e zinco in Lombardia) e un piano per la ricerca di cobalto in Piemonte a Usseglio. Quest’ultima, per il proseguimento delle sue ricerche, ha ottenunto l’esenzione dall’obbligo di sottoporsi ad una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale.

Rassegna Stampa:
https://www.auto21.net/2022/01/25/vulcan-ottiene-i-permessi-per-valutare-lestrazione-diretta-di-litio-nel-lazio/
https://www.ilnuovomagazine.com/a-campagnano-e-anguillara-parte-la-caccia-al-litio-loro-bianco/
https://www.orticaweb.it/lago-di-bracciano-e-partita-la-caccia-al-litio-sul-territorio/
https://notizie.lazio.it/2022/06/13/litio-a-roma-e-caccia-alloro-bianco-giacimenti-a-nord-della-capitale-ora-si-comincia-a-scavare-11/
https://www.vignaclarablog.it/20220426104990/una-possibile-miniera-di-litio-fra-cesano-e-campagnano/
https://www.ilsole24ore.com/art/l-australiana-altamin-caccia-litio-pozzi-campagne-lazio-AEnre5YB
https://www.ilnuovomagazine.com/a-campagnano-e-anguillara-parte-la-caccia-al-litio-loro-bianco/
https://quifinanza.it/economia/video/corsa-litio-italia-giacimento-roma-oro-bianco/651553/
https://www.lamiacittanews.it/giacimenti-di-litio-nelle-campagne-laziali-e-caccia-alloro-bianco/
https://www.startmag.it/energia/ecco-le-aziende-estere-che-cercano-litio-in-italia/
https://www.ilmessaggero.it/viterbo/litio_acqua_nepi_tesoro_arrivano_i_sondaggi_in_profondita-6678996.html
https://www.ilmessaggero.it/viterbo/litio_ricerche_sottosuolo_viterbo_la_proposta_di_societa_australiana-6732852.html
https://it.marketscreener.com/quotazioni/azione/ALTAMIN-LIMITED-38908851/attualita/Altamin-Limited-fornisce-un-aggiornamento-dei-permessi-per-applicazioni-di-litio-in-salamoia-40304373/

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Pizzata benefit Contro la miniera!

Domenica 19 Giugno dalle 12 presso la Libera Collina di Castello, in Piazza Santa Maria in Passione nel centro storico di Genova.

Contro la miniera di titanio sul Beigua, contro il modello estrattivista predatorio ed il sistema tecno-industriale che lo sorregge.
No miniere, nè qui nè altrove.

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Sentenza TAR Liguria su Miniera del Beigua

Il 27 maggio 2022 il TAR della Liguria ha emesso una sentenza rispetto a 3 ricorsi diversi tra loro che riguardavano il progetto di ricerca di Titanio nell’area del Monte Tarinè. In sostanza: viene accolto il ricorso delle associazioni ambientaliste che chiedevano l’estenzione del divieto di estrazione anche alla Zona speciale di conservazione (Zsc) contigua all’area del Parco Naturale Regionale; viene respinto il ricorso della C.E.T. rispetto ai limiti imposti dalla Regione Liguria; viene rigettato il ricorso dei comuni coinvolti che chiedevano l’estensione del divieto anche fuori le zone protette. Quindi, di fatto, la C.E.T è ora autorizzata a continuare le sue esplorazioni geologiche ma solo su una porzione di territorio che equivarrebbe al 39% di quanto inizialmente ottenuto.

https://www.genova24.it/2022/05/titanio-del-beigua-tar-ferma-la-ricerca-nelle-zone-protette-via-libera-per-gli-altri-183-ettari-305777/

https://www.ansa.it/liguria/notizie/2022/05/27/ricerca-titanio-del-beigua-tar-accoglie-ricorso-ambientalisti_c0160d32-3499-4378-b38e-8c178674a663.html

https://www.ivg.it/2022/05/titanio-sul-beigua-il-tar-respinge-ricorso-di-cet-e-regione-illegittimo-il-permesso-di-ricerca-mineraria/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/31/liguria-stop-alla-ricerca-del-titanio-nella-zona-protetta-ai-confini-del-parco-il-tar-annulla-il-permesso-della-giunta-toti-incomprensibile/6610020/

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Rinnovamento industriale

di seguito un contributo apparso su Avis de tempetes #49, gennaio ’22, tradotto da finimondo.org

 

Rinnovamento industriale

In questi giorni qualche timido fiocco sta imbiancando le pianure, le foreste e le colline di Belgrado est. Il termometro stenta a salire sopra lo zero nella capitale serba. In questo secondo fine settimana di gennaio sono previste nuove giornate di azione contro il progetto di apertura della più grande miniera di litio d’Europa (58.000 tonnellate all’anno), lanciato dal gruppo anglo-australiano Rio Tinto. Da diversi mesi migliaia di persone partecipano a manifestazioni, ma soprattutto a blocchi stradali in tutto il paese. La devastazione ambientale programmata da questo progetto minerario nella valle di Jadar è l’innesco di una «rivolta ecologica» che a poco a poco sta minacciando la stabilità del regime autocratico. E se le massicce proteste non hanno dato luogo ad ostilità più accese in un Paese particolarmente devastato dall’inquinamento industriale, il governo serbo comincia tuttavia a ritenere più prudente sospendere temporaneamente l’arrivo del colosso minerario Rio Tinto.
All’indomani di queste giornate d’azione, e mentre un pugno di attivisti lanciavano uova contro l’ufficio informazioni di Rio Tinto a Loznica, un illustre industriale francese è intervenuto a Parigi durante una piccola cerimonia organizzata nei palazzi del Ministero dell’Economia. Quel 10 gennaio, Philippe Varin ha solennemente consegnato alle autorità il suo rapporto sulla sicurezza della fornitura all’industria di materie prime minerali. Varin vanta un nutrito palmares: ha cominciato la sua carriera di industriale nei gruppi siderurgici, per diventare in seguito direttore del gruppo PSA Peugeot Citroën di cui ha guidato la ristrutturazione industriale, e poi passare al gruppo nucleare Orano (ex-Areva), di cui ha diretto la ristrutturazione in qualità di presidente del consiglio di amministrazione; sua la responsabilità della chiusura del cantiere del reattore nucleare EPR in Finlandia. Fino alla fine del novembre 2020, Varin era anche a capo della lobby industriale France Industrie. È d’altronde in tale veste che è stato sollecitato dal governo a scrivere quel famoso rapporto, il cui contenuto non sarà reso pubblico per intero in quanto «contiene dati sensibili e segreti industriali».
Al di là dei dati tecnici coperti da segreto di Stato, il contenuto del rapporto sembra comunque chiaro. Il rallentamento della fornitura e il blocco delle catene logistiche, in parte imputabili alla pandemia da Covid19 e alle misure sanitarie, hanno danneggiato l’economia europea, mettendo ancora una volta in rilievo la sua dipendenza in termini di materie prime quali rame, cobalto, metalli rari, di prodotti finiti quali semi-conduttori e altri componenti elettronici utilizzati nei processi produttivi ancora siti in Europa, e infine di fonti energetiche quali gas e petrolio. D’altra parte, la transizione energetica e digitale che sembra costituire l’asse portante della nuova grande mutazione del capitalismo e la sconcertante risposta davanti al disastro climatico, stanno fomentando gli ardori industriali per restare nella fuga in avanti con rinnovata fiducia nella tecnologia, il che si traduce in una sempre maggiore intensificazione dell’estrazione di materie prime. La domanda di metalli (necessari alla costruzione di impianti eolici), di pannelli solari, auto elettriche, batterie, componenti elettronici, di tutto ciò che costituisce l’infrastruttura del mondo connesso, esplode ed anche le previsioni più timide stimano che il loro consumo raddoppierà nei prossimi decenni.
Per alcuni metalli come il litio, componente essenziale delle batterie che a loro volta sono i mattoni fondamentali di un’economia elettrificata, le previsioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) evocano addirittura, da qui al 2040, una vertiginosa moltiplicazione per 40 della domanda mondiale. Per il cobalto, estratto in maggior parte nel Congo, le previsioni parlano di una moltiplicazione per 24. Non sorprende che i prezzi stiano salendo alle stelle ed i metalli si consolidino come un temibile fattore di instabilità per le economie in tutto il mondo. La loro importanza economica e militare (oltre alle tecnologie verdi, anche i sistemi di difesa — dagli aerei da combattimento fino ai droni e ai missili — sono avidi di metalli rari) li pone al centro di conflitti geopolitici e di guerre commerciali più o meno latenti, soprattutto perché la Cina ne è il principale indiscusso produttore. «Stiamo entrando in un super ciclo dei metalli», ha dichiarato un importante trader di fondi d’investimento in risposta al rapporto Varin. L’incremento dei prezzi ha quindi un effetto palla di neve sui mercati, rendendo ormai sempre più redditizie le estrazioni difficili e delicate dai costi prima esorbitanti. Ma di fondo, siccome la dipendenza dalle materie prime non cesserà di crescere, le attività estrattive si moltiplicheranno comunque.
Materie prime strategiche e critiche
Nessuna sorpresa quindi che gli Stati europei stiano pensando seriamente di riaprire le miniere, tanto più che i sottosuoli europei rigurgitano di metalli, come il litio, che ieri non rappresentavano un grande interesse, ma oggi sono definiti «critici». Da alcuni anni l’Unione Europea redige un rapporto annuale per indicare le materie prime ritenute strategiche e critiche [1], quelle la cui eventuale interruzione di fornitura (causata per lo più dall’esterno) rischierebbe di far vacillare le sue economie nazionali. Per contrastare tale dipendenza critica, la quale potrà solo aumentare man mano che si procede verso la transizione energetica e digitale, in diversi paesi europei si prevede la ripresa di attività minerarie e l’apertura di raffinerie di minerali.
In Francia, mentre alcune miniere sono ancora in funzione [2], sono stati attivati molti permessi di ricerca per metalli che troviamo su questo elenco europeo (pur non approdando necessariamente ad un progetto minerario), come nel Basso Reno il litio (estrazione del litio dalle salamoie, un processo definito «rispettoso dell’ambiente» dall’operatore Eramet); nell’Alta Vienna e nei Paesi Baschi l’oro, le terre rare, il tungsteno: o nell’Ariège ancora il tungsteno. In altri paesi, le titubanze politiche in relazione alla ripresa dell’attività mineraria finiscono per scomparire di fronte all’indiscutibile: se le economie europee intendono restare in corsa e in previsione delle crescenti instabilità geopolitiche (relative all’accesso alle materie prime, ai cambiamenti climatici, alle egemonie militari in alcuni territori, ecc.), non bisogna «proibirsi nulla» — come ha ben sintetizzato il ministro francese per la Transizione ecologica pochi giorni dopo il rapporto Varin. «Proibirsi nulla», contrariamente a quanto aveva deciso negli anni 90 il colosso chimico Rhône-Poulenc (oggi Solvay), in genere poco attento all’inquinamento. Invece di continuare l’attività estremamente nociva e radioattiva della sua raffineria di terre rare a La Rochelle, che rappresentava il 50% della produzione mondiale, il colosso aveva deciso allora di delocalizzarla in Cina. Un vecchio responsabile aveva così riassunto laconicamente questa scelta: «C’era merda che non volevamo, ecco di cosa si trattava».
Questa «merda» che ora non si vuole più proibire costituisce l’altra faccia della green-tech e della transizione energetica e digitale. I metalli rari sono definiti tali non perché siano «rari», ma perché sono mescolati con metalli abbondanti (come ferro o rame) nella crosta terrestre in proporzioni spesso infime. Sono chiamati «rari» perché sono difficili da rilevare, estrarre e separare chimicamente dagli altri. Tra i metalli rari come il cobalto, il gallio, il tantalio o il tungsteno, ci sono anche le «terre rare», una famiglia di 17 metalli particolarmente apprezzati dall’industria tecnologica e la cui estrazione e separazione sono particolarmente complicate e inquinanti. Il loro stesso stoccaggio genera seri rischi legati alle polveri cancerogene e radioattive. L’estrazione dei metalli rari, indispensabili alla transizione energetica e digitale, mobilita d’altronde enormi quantità di energia, acqua e prodotti chimici. I semplici rapporti di estrazione possono dare un’idea della montagna di rocce da estrarre: per ottenere 1 kg di gallio è necessario estrarre in media 50 tonnellate di roccia; per 1 kg di vanadio, 8,5 tonnellate; per 1 kg di lutezio, 1200 tonnellate…
Dopo la loro estrazione per mezzo di acidi, le rocce vengono poi lavate con una miscela di acqua (200 metri cubi per tonnellata) ed additivi chimici, da qui la moltiplicazione di laghi artificiali altamente tossici come quelli della regione di Baotou in Cina (che assicura il 95% della produzione mondiale di terre rare), triste specchio fumante del tasso di tumori dell’intera popolazione della Mongolia Interna, a nord-ovest di Pechino. Dall’America Latina (dove si trova soprattutto il triangolo dell’oro bianco, cioè il litio, con sfruttamenti in Cile, Bolivia e Argentina che rappresentano un quarto della produzione mondiale) fino all’Australia, le attività estrattive lasciano dietro di sé una scia di laghi tossici e di territori trasformati in discariche chimiche.
Oltre a puntare su una ripresa di questo tipo di attività mineraria sul suolo europeo (con progetti già in corso come l’estrazione di litio in Portogallo, Austria o Finlandia), gli industriali europei intendono posizionarsi anche nel settore del riciclo di materie prime. Con la vera e propria irruzione di prodotti elettronici e la loro obsolescenza programmata, questa via sembra raccogliere non poche speranze, tanto più che «riciclo» può far rima con «verde»… quindi con transizione ecologica. Poco importa allora se, dati i processi industriali e chimici impiegati per riciclare i metalli, ciò assomigli più ad una seconda forma di estrazione ritardata nel tempo, che mobilita, al pari dell’estrazione mineraria, nuove ed enormi quantità di risorse energetiche producendo nuove montagne di rifiuti industriali. Per questa componente di «riciclo», sono stati concessi ingenti fondi europei a innumerevoli progetti di ricerca e ad altri progetti industriali «innovativi».
Le linee d’attacco tracciate dalla transizione
Ripresa dell’estrazione mineraria, re-industrializzazione attraverso la costruzione di raffinerie e nuovi stabilimenti, nonché insediamenti di centrali di riciclaggio fanno parte di uno stesso insieme strategico. Il diplomatico slovacco Šefčovič, vicepresidente della Commissione europea dal 2020, ha così riassunto questo programma in un «appello ad agire» della lobby Alleanza Europea sulle Materie Prime (ERMA): «La nostra previsione strategica mostra chiaramente che la domanda di materie prime critiche aumenterà, a maggior ragione con la transizione in corso verso un’economia verde e digitale. […] L’Alleanza Europea sulle Materie Prime contribuirà ad aumentare le nostre capacità e gli investimenti per tutta la catena del valore, dall’estrazione passando per la lavorazione fino al riciclo. Ciò rafforzerà la nostra resilienza e la nostra autonomia strategica».
Per quanto riguarda la capacità industriale, molti governi europei stanno sbloccando ingenti somme per contribuire al finanziamento di nuovi progetti. Sempre in relazione al litio, si possono citare, ad esempio, quelli in corso per la costruzione di «giga-factory» — enormi complessi industriali destinati alla produzione di batterie — elementi-chiave del tutto-elettrico. [3] In Francia, progetti simili sono attualmente in corso a Douvrin, Douai, Grenoble, Belfort e Saint-Fons. Una delle raccomandazioni del rapporto Varin è appunto la creazione di un fondo d’investimento pubblico-privato a sostegno di questi progetti di fabbrica, nonché la costituzione di due piattaforme industriali, una a Dunkerque (nord) per i metalli, la seconda a Lacq (sud-ovest) per i magneti, la raffinazione, la fabbricazione dei precursori delle batterie (catodi, anodi), oltre al riciclo.
Come sottolineato dalla lobby europea delle materie prime — e non c’è dubbio che il rapporto Varin contenga lo stesso appello urgente — è nei prossimi due anni che dovranno essere prese le decisioni, concessi i permessi, avviati i progetti. Se la costruzione di una fabbrica di batterie o di magneti, di una raffineria o di un impianto di riciclaggio di metalli rari richiede generalmente dai 2 ai 5 anni, se l’avvio dell’estrazione di metalli rari da miniere esistenti o nuove va dagli 8 ai 15 anni, in mancanza di «azione» le economie europee rischierebbero secondo loro di sprofondare sotto il peso della totale dipendenza dalle importazioni nel giro di una decina di anni. Tali previsioni a medio termine si basano ovviamente sulla discutibile ipotesi di una prosecuzione più o meno costante — e di certo non turbata da fattori di instabilità come rivolte o cambiamenti climatici — della famigerata transizione.
Tuttavia, se vengono combinate con gli enormi sforzi fatti per moltiplicare le fonti di approvvigionamento energetico, esse indicano chiaramente i contorni del mostro da affrontare: un rinnovamento industriale alimentato da un rincaro energetico e da un’estrazione di risorse senza precedenti nella storia umana.[4] È in questo contesto che bisogna porre anche gli ultimi progetti energetici annunciati, come il rilancio del nucleare, il raddoppio della capacità eolica, la realizzazione di progetti geotermici, il ripristino di centrali a gas, o il potenziamento di interconnessioni europee atte a rispondere alle sfide della nuova economia che si profila all’orizzonte.
In fin dei conti, a ben pensarci, niente di nuovo sotto il sole. È dalla comparsa delle città che il potere economico, fondamentalmente, cammina sulle medesime gambe: energia ed estrazione. Dalla schiavitù al nucleare, il progresso economico somma le fonti energetiche che conferiscono sempre più potenza ai dominatori, e viceversa, poiché è lo sfruttamento delle fonti energetiche ad alimentare direttamente il dominio. Come l’estrazione del petrolio che ha sprigionato una vertiginosa forza energetica, vecchia di milioni di anni, accrescendo in modo inaudito l’industrializzazione e la guerra su scala mondiale, l’economia digitale ed elettrificata dipende dalla velocità d’estrazione dei metalli di cui ha bisogno. Così vengono tracciate le linee del fronte su cui si combattono e si combatteranno terribili battaglie. Sconvolgere le loro previsioni, trasformare occasioni e situazioni in fattori di disordine e d’imprevisto, scrutare queste linee di attacco dove il nemico appare sì fiducioso, ma tuttavia più vulnerabile che altrove, lanciarsi nei conflitti che si stanno delineando portandovi senza indugio l’azione diretta, queste sono le grida di battaglia che potrebbero metterci attivamente sulle tracce del nemico.
Note:
[1] Ovvero : antimonio, afnio, fosforo, barite, terre rare leggere e pesanti, scandio, berillio, carburo di silicio, bismuto, indio, tantalio, borati, magnesio, tungsteno, cobalto, grafite naturale, vanadium, carbone coke, caucciù, bauxite, fluorite, niobio, litio, gallio, i metalli del gruppo del platino, titanio, germanio, rocce di fosfato, stronzio.

[2] Ad oggi la maggioranza dell’attività estrattiva in Francia è rappresentata da 2700 cave
(granulati, minerali industriali, rocce ornamentali e da costruzione) distribuite su tutto il territorio. Riguardo alle miniere, esistono miniere di sale (Landes, Lorraine,
valle del Rodano), di calcari bituminosi (Ain), di bauxite (Hérault), di tantalio-niobio-stagno (Échassières en
Allier). Nei territori coloniali vi sono miniere di oro in Guyana e di nickel in Nuova Caledonia.

[3] Le energie rinnovabili sono risorse definite intermittenti, in quanto la produzione energetica dipende da fattori esterni
(la forza del vento, irraggiamento solare,…) contrariamente alle centrali di energie fossili (gas, carbone o nucleare) dove la produzione può essere regolata in funzione della domanda (un equilibrio da cui dipende la stabilità della rete elettrica). Per poter immagazzinare l’elettricità e poterla immettere in rete alla bisognia, svariati progetti di ricerca sono in corso (batterie all’idrogeno, smart grid in cui la produzione è guidata in tempo reale da algoritmi, interconnessioni tra paesi per stabilizzare le reti nazionali). Similmente, l’elettrificazione della mobilità richiede batterie per immagazzinare e disporre di energia quando serve. L’importanza, di conseguenza, delle batterie nella transizione energetica.

[4] Poiché i consumi mondiali di metalli crescono al ritmo del 3-5% ogni anno, il Rapporto Risorse Minerali ed Energia della
Alliance Nationale de coordination de la recherche scientifique (ANCRE) affermava nel giugno 2015 che « per soddisfare i bisogni mondiali da qui al 2050, dovremo estrarre dal sottosuolo più metalli di quanto l’umanità abbia fatto dalla sua origine
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Opuscolo: L’era del Capita-Litio

Un opuscolo sulle lotte contro i progetti di miniere di litio e altri minerali nel nord del Portogallo e in Galizia.

L’era del Capita-litio. Note sull’ondata estrattivista il Portogallo (e non solo)

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Il modello estrattivista in tempo di transizione ecologica

Il riaccendersi dell’interesse per il giacimento di titanio sul Beigua è riconducibile alla politica europea, sancita dal Green Deal del 2019, che si propone di dare nuovo impulso all’estrazione mineraria nell’Eurozona e diminuire la dipendenza dall’estero nell’approvvigionamento di materie prime. La transizione ecologica, che punta ad una sempre maggiore digitalizzazione e ad un continuo progresso tecnologico, necessita di numerose materie prime che sono state definite critiche per l’alto valore economico che rivestono e per la difficoltà nel reperirle. Materiali come il titanio e il litio sono entrati dal 2020 nella lista delle materie prime critiche stilata dall’Unione Europea, poiché necessari nei settori in espansione della robotica, mobilità elettrica, industria militare, spaziale e farmaceutica. Il traguardo delle zero emissioni nel 2050 e di una politica economica più attenta alla conservazione ambientale nasconde in realtà l’espansione di settori estrattivi ad alto impatto, che causano la devastazione, l’inquinamento e la degradazione dei territori interessati. La retorica riguardante l’economia sostenibile, portata avanti da istituzioni e aziende private, serve soltanto a mascherare sotto una patina “green” progetti estrattivi e distruttivi che rispondo alla logica del profitto sia che si tratti di carbon-fossili, sia che si tratti dei nuovi materiali utili alla “svolta ecologica”. L’estrazione di materie prime non fa che aumentare e le innovazioni in questo campo non diminuiscono la quantità di materiale necessario, ma affinano le tecniche estrattive per raggiungere giacimenti nuovi e utilizzare un numero maggiore di materiali. I nuovi usi si sommano quindi ai vecchi senza sostituirli, negli ultimi trent’anni siamo passati da 20 metalli di grande utilizzazione a più di 60. Ogni anno sono estratti oltre 70 miliardi di tonnellate di materiale per produrre un valore economico.

La cosiddetta transizione ecologica continua a implicare quindi l’estrazione massiva di risorse naturali non rinnovabili e per quanto visto sin ora, richiederà l’utilizzo di quantità senza precedenti di materie prime. Questo spiega perché l’interesse minerario si sia risvegliato anche in Europa dove progetti di estrazione mineraria, riguardanti soprattutto rame, nichel, litio e terre rare, sono in fase di sviluppo in paesi come Finlandia, Svezia, Irlanda del Nord, ma anche in zone della Spagna, Germania, Serbia, Finlandia e Italia. L’estrattivismo di certo non è una novità per i paesi del sud del mondo che da decenni vengono devastati da miniere e infrastrutture atte all’estrazione di materie prime utilizzate per mandare avanti la società del consumo in cui viviamo. Le immagini delle miniere di litio nel deserto di Atacama in Cile, delle miniere di Cobalto nella Repubblica Democratica del Congo o quelle di terre rare in Sud Africa, ci danno un’idea di quale sia il prezzo da pagare in termini di impatto ambientale, inquinamento e peggioramento delle condizioni di vita umane e animali, per la continua produzione di nuove tecnologie nel campo dell’informatica, dell’industria militare ed in generale quali siano le condizioni che permettono il modello di produzione e accumulazione capitalista in cui viviamo. Se la costruzione di un progetto estrattivo in Europa ha di per sé effetti devastanti, la situazione è ancora più disastrosa in paesi dove non viene rispettata alcun tipo di norma per la salvaguardia dei territori e dove la manodopera, spesso minorile, ha un costo bassissimo e non gode di alcuna tutela.

Il modello capitalista è strutturalmente dipendente dall’acquisizione di sempre maggiori quantità di materie prime di qualsiasi tipo. Opporsi alla costruzione della miniera sul Beigua, come alla attuazione di qualsiasi progetto estrattivo, non può prescindere da una più ampia critica al modello di produzione e accumulazione capitalista, all’idea di continuo progresso e innovazione tecnologica e allo stile di vita consumistico della società occidentale. Opporsi a questo modello significa sovvertire la logica secondo cui il profitto e il progresso siano la base e il fine dell’organizzazione economica a discapito della conservazione ambientale e del benessere degli esseri viventi. Rimettere al centro la vita significa mettere in discussione la produzione sfrenata, l’obsolescenza programmata che la favorisce, la continua innovazione tecnologica e digitale e l’elevatissimo consumo energetico.

Le materie prime che in questo momento rivestono il maggior interesse economico sono appunto quelle legate alla costruzione di apparecchi tecnologici sempre più sofisticati e alla transizione energetica. Le terre rare, il nichel, il cobalto, il litio, il titanio, lo stronzio sono solo alcune delle materie prime critiche ad alta richiesta che presentano alta pericolosità nella fase di estrazione, sia per l’incolumità dei lavoratori sia per l’inquinamento ambientale. Molto spesso l’accumulazione di materie prime non risponde ad un’esigenza di utilizzo immediato ma alla creazione di enormi riserve soprattutto indirizzate all’industria militare. Il comparto della difesa, più chiaramente definibile come la produzione di armi da guerra, strettamente legato a quello della robotica, impegnato nella costruzione di droni, sistemi di controllo e repressione, risponde a fini contrari al benessere e alla libertà degli esseri umani e va rifiutato drasticamente. La sovrapproduzione di apparecchi digitali e la continua innovazione in questo campo non è sostenibile né indispensabile considerati i costi necessari a portarla avanti. Prendendo in considerazione il caso specifico del Titanio, le enormi quantità di materiale che si ricaverebbero dal giacimento del Beigua sarebbero impiegate principalmente nella costruzione di aerei militari, batterie elettriche e nel campo dell’industria farmaceutica, non esente da logiche lobbystiche e di accumulazione di profitto. Scagliarsi contro il modello estrattivista e rifiutare la costruzione di nuove miniere significa negare la necessità dello sfruttamento del suolo ai fini produttivi e contrapporre un modello di sostentamento e sopravvivenza diverso da quello capitalista.

No miniere, né qui né altrove.

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Contro la miniera di titanio sul monte Tarinè

Le prime notizie riguardanti il giacimento di titanio nella zona del Parco del Beigua risalgono agli anni ’70, quando furono autorizzati i primi carotaggi. Secondo le valutazioni si tratta di una riserva accertata di 9 milioni di tonnellate di Rutilio. Alcune stime ipotizzano una presenza massima 20 milioni di tonnellate, con una concentrazione di titanio intorno al 6%, che la rendono una dei giacimenti più grandi d’Europa. Nel corso degli anni, questo tesoro minerario ha suscitato l’interesse di alcune compagnie quali la S.r.l. Mineraria Italiana e la Du Pont Nemours Spa prima, la CET (Comunità Europea del Titanio) poi. Tuttavia, gli elevati costi di estrazione del Rutilio da rocce particolarmente dure come le eclogiti e i rischi connessi alla liberazione di amianto durante l’estrazione, hanno sempre reso economicamente sconveniente la realizzazione del progetto. La questione è stata riaperta quando nel 2015 la CET, già proprietaria di alcuni terreni sul monte, ha avanzato una richiesta di effettuare nuove analisi per valutare e calibrare la mole di dati raccolti negli ultimi quarant’anni. La richiesta prevede indagini in superficie non invasine né distruttive di suolo e soprasuolo. La Regione, l’ente parco e i comuni coinvolti hanno impugnato questa istanza davanti al TAR, che si è espresso contro la CET. La sentenza è stata poi impugnata nuovamente dall’azienda e si attende la risposta del consiglio di stato. Una nuova richiesta, simile, è stata ripresentata sempre dalla CET nell’agosto 2020, ma questa volta in una modalità ancora meno invasiva. Infatti, le indagini non saranno effettuate sul territorio del parco regionale del Beigua, motivo principale del rifiuto alla prima richiesta, ma nel comune di Urbe, attualmente fuori dal parco. (vedi foto)

La regione, con il parere favorevole dell’ARPAL e dell’ASL2 di Savona, ha acconsentito. La risposta dei comuni non si è fatta attendere e il decreto regionale è stato impugnato nuovamente davanti al TAR, che non ha previsto la sospensione di tali rilevamenti fino alla pronuncia della sentenza, prevista per gennaio 2022.

Nonostante la dichiarazione dell’azienda di voler eseguire rilevazioni a scopo puramente informativo, pare altamente improbabile che un’impresa privata persegua interessi puramente scientifici. Si può facilmente dedurre che queste attività meramente simboliche non aggiungano nessun tipo di informazioni a quelle già note e che l’obiettivo sia quello di non perdere la concessione e mantenere aperta la questione.

Le amministrazioni locali, contrarie alla costruzione della miniera, si stanno battendo per l’annessione del comune di Urbe al parco regionale del Beigua, come strategia per tutelare i territori interessati dai rilevamenti. Nonostante gli interessi economici che muovono le amministrazioni locali, riconosciamo l’utilità contingente di questa linea politica che potrebbe influire sulla sentenza. Non possiamo però pensare che la tutela del territorio e dell’ambiente debba passare attraverso l’istituzione di Parchi o aree protette, non immuni da logiche di profitto o sfruttamento turistico, e non interessare tutti i territori in cui viviamo. La criticità della situazione ambientale, riguardante l’intero pianeta, richiede il ripensamento totale del nostro modello di produzione e sfruttamento delle risorse. Ogni ecosistema in quanto tale, e nel rapporto con gli esseri che lo abitano, è importante indipendentemente dall’interesse economico che riveste e dalle potenzialità turistiche. Come collettivo Vedo Terra consideriamo l’opposizione alla miniera sul monte Tarinè un’occasione per concretizzare una critica globale a questo modello estrattivo, in una lotta territoriale che ci riguarda da vicino.

Ci schieriamo contro ogni progetto estrattivo, ci schieriamo contro questo modello capitalista predatore.

Non è un caso che dopo anni di rifiuti, proprio nel 2020 la regione abbia concesso i permessi di rilevamenti alla CET, infatti, dal 2020 il titanio è stato inserito dall’Unione Europea nella lista delle materie prime critiche. Si tratta di materie di difficile reperibilità e di alto interesse economico.

La politica europea, negli ultimi anni, si è orientata verso una minor dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di materie prime e verso l’investimento in nuovi settori tecnologici che hanno reso materiali come il titanio e il litio di particolare interesse. Gli obbiettivi del “Green Deal” europeo sono il raggiungimento di un’economia digitale e climaticamente neutra, il che comporta un supposto minor utilizzo del carbonfossile ma un maggior sfruttamento di materie prime minerali e metalliche. Nel caso del titanio, usato prevalentemente nel settore militare, aerospaziale, e di sicurezza, oltre che per la costruzione di protesi, ad oggi l’Europa dipende al 100% dalle importazioni (45% dalla Cina). Non a caso parallelamente al riaccendersi dell’interesse per il giacimento del Beigua, vengono portate avanti rilevazioni e perforazioni in un fiordo norvegese, dove è presente un’altra riserva. Il materiale di scarto proveniente dagli scavi verrebbe riversato direttamente in mare con gravi danni al suo ecosistema. [per informazioni sulla lotta norvegese nomineingallok.noblogs.org o kolonierna.se]. Il grande interesse europeo per questa materia prima porterebbe enormi rientri economici alle aree che presentano giacimenti, questo spiega la decisione della regione Liguria di acconsentire ai rilevamenti sul territorio da parte della CET. Questa azienda cuneense a gestione pseudo-familiare, sulla quale sono reperibili pochissimi dati, presenta un capitale sociale molto basso che fa sospettare l’impossibilità della gestione di un’opera di scavo, lavorazione dei materiali, smaltimento e trasporto di tale portata. Probabilmente la CET nasconde dietro di sé qualche azienda di ben altro calibro, o, fiutando l’enorme interesse economico, mira a mantenere la concessione in questa fase preliminare per poi cederla a prezzi stellari a un’altra azienda europea in grado di portare avanti il progetto.

Non ci facciamo ingannare dalle promesse dell’Europa di riduzioni di emissioni e di transizione ecologica, nelle quali riconosciamo il tentativo di capitalizzare gli investimenti in settori considerati innovativi. Siamo convinti che senza una riduzione della produzione, una lotta al consumo selvaggio, alla obsolescenza programmata, e una più generale ristrutturazione del sistema produttivo, qualsiasi politica di transizione ecologica sia inutile oltre che ridicola. Notiamo la difficoltà di portare questa riflessione ad un contesto cittadino e di ricondurla a pratiche collettive e individuali.

Un altro elemento che ci teniamo ad evidenziare è la portata del danno ambientale e le conseguenze che la costruzione della miniera comporterebbe, non solo per il territorio interessato ma per l’intera regione Liguria e per il basso Piemonte. L’estrazione del rutilio da rocce eclogiti di elevata durezza è possibile solo attraverso la costruzione di una cava a cielo aperto che comporterebbe la distruzione della montagna e l’estrazione di enormi quantità di materiale di scarto che andrebbe ricollocato altrove. Inoltre, per la lavorazione del materiale sono necessarie infrastrutture in loco, spazi per lo stoccaggio e strade per il trasporto di tonnellate di materiali che stravolgerebbero completamente il territorio. La prospettiva di impiego e di arricchimento per gli abitanti non è che un’illusione, infatti, normalmente le grandi compagnie si portano i lavoratori e costruiscono cantieri-cittadelle che non portano alcun beneficio al territorio per poi lasciarlo irreversibilmente devastato. Le eclogiti, come se non bastasse, presentano un elevata concentrazione di amianto che verrebbe liberato nell’estrazione, contaminando la sorgente del torrente Orba che porta acqua a tutto il basso Piemonte. Inoltre, la polvere di amianto liberata, attraverso il vento raggiungerebbe tutta la provincia di Savona e di Genova. L’inalazione di amianto può portare all’insorgere di malattie come la pleurite, l’enfisema e tumori polmonari. La costruzione di questa miniera comporterebbe conseguenze per la vita di cinque milioni di persone e avrebbe conseguenze sulla salute anche delle generazioni future.

Come collettivo giovanile genovese, riteniamo essenziale portare avanti pratiche e lotte nella maniera più trasversale possibile, confrontandoci e condividendo momenti con altre realtà e con chiunque sia interessato a fare opposizione alla costruzione della miniera. Svegliamo questa città!

Collettivo Vedo Terra

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GIÙ LE MANI DAL BEIGUA

Monte Tarinè – 928 slm – Pianpaludo, frazione del Comune di Sassello, in provincia di Savona. Luogo poco conosciuto e decisamente periferico rispetto alle città costiere della Liguria, collocato all’incirca della parte centrale dell’arco che forma la regione, ma con una peculiarità che ingolosisce il potere economico e particolarmente le industrie estrattive minerarie. Al di sotto dei prati e dei boschi di questa montagna si trova un giacimento di rutilo (minerale da cui si ottiene il titanio) stimato come uno dei più vasti al mondo e il migliore per la qualità e purezza del minerale. Così l’area appenninica del gruppo del Monte Beigua, scarsamente abitata e decisamente suggestiva, fresca in estate e bianca di neve in inverno, è un luogo strategico per gli interessi del capitale globale che vorrebbe cancellarla realizzando una miniera a cielo aperto.

Le prime notizie sul giacimento di rutilo sotto il Monte Tarinè risalgono agli anni ’70, quando furono autorizzati i primi carotaggi, e la scoperta di quel tesoro scatenò le richieste, parzialmente accolte, di diverse compagnie, prima la Srl Mineraria Italiana, poi la C.E.T., attraverso anche soci esteri della Du Pont Nemours Spa. La situazione rimase congelata per i rischi considerati eccessivi, ma quest’annosa vicenda si sta riaprendo. Già nel 1996 la C.E.T. (Compagnia Europea per il Titanio, con sede a Cuneo) fece richiesta di sfruttamento dell’area, negata dal Ministero dell’Industria che, allora, era il dicastero referente. Dietro a tutte queste richieste si stagliava però l’ombra del più grande colosso minerario del mondo: Rio Tinto. Ma tutto è stato bloccato, a concessione firmata, proprio per le proteste ambientaliste che hanno portato ad interpellanze parlamentari, vertici e conferenze dei servizi con l’allora ministro dell’industria Pierluigi Bersani che, alla fine, nel 1996 stoppò tutto insieme alla Regione. Anche la Golder Associates si è fatta avanti nei primi anni 2000.

Nel 2015 la C.E.T., già proprietaria di alcuni terreni sul monte, ha avanzato una richiesta di effettuare nuove analisi per valutare e calibrare la mole di dati raccolti negli ultimi quarant’anni. La richiesta prevede indagini in superficie non invasive né distruttive di suolo e soprasuolo. La Regione, l’Ente Parco e i comuni coinvolti hanno impugnato questa richiesta davanti al TAR, che si è espresso contro la C.E.T.. La sentenza è stata poi impugnata e si attende la risposta del Consiglio di Stato.

Nel frattempo, una nuova richiesta simile è stata ripresentata sempre dalla C.E.T. nell’agosto 2020, ma questa volta in una modalità ancora meno invasiva. Infatti le indagini non saranno sul territorio del Parco Regionale del Beigua (motivo principale del rifiuto alla prima richiesta) ma nel comune di Urbe, attualmente fuori dal parco. Se l’avvio della miniera è stato dunque più volte scongiurato, oggi è ritornato d’attualità a causa dell’autorizzazione concessa dalla Giunta regionale alla C.E.T. dal 5 luglio 2021 per effettuare sondaggi alla ricerca di minerali. La richiesta della società riguardava una superficie di 458 ettari, che andrebbe in questo modo a rappresentare il giacimento più grande a livello europeo di rutilo, di cui 229 all’interno dell’area protetta del Parco Naturale Regionale del Beigua, riconosciuta dall’UNESCO nella Zona speciale di conservazione “Beigua – Monte Dente – Gargassa – Pavaglione”. I restanti 299 ettari si trovano immediatamente all’esterno del parco.

Questo enorme giacimento, a 7 km in linea d’aria dal porto di Genova, contiene in verità una concentrazione di titanio molto bassa (intorno al 6%) ed è altresì caratterizzato dalla presenza di amianto (e le stime dicono intorno al 12%) e di altri materiali tossici. Le polveri, che inevitabilmente si libererebbero nell’aria, potrebbero porre a serio rischio la salute non solo di chi, umani e animali, abita la valle, ma anche di coloro che abitano a Genova e in provincia. Inoltre, le falde acquifere presenti sul territorio servono un bacino di utenza che comprende anche l’ovadese e l’alessandrino, e il rischio concreto che una contaminazione delle acque potrebbe compromettere l’approvvigionamento idrico di una zona ben più ampia. La regione, che non vedrebbe l’ora di tappare i buchi dei bilanci facendo buchi nelle montagne, non sembra curarsi della salute dei suoi cittadini, così strettamente legata a quella del territorio. Infatti, a quanto pare, non ha ritenuto queste ragioni sufficienti per negare le ennesime indagini esplorative, che non aggiungeranno nessuna informazione a quelle già acquisite sul giacimento nel corso dei decenni, ma che si dimostrano solamente strumentali a riaccendere il dibattito e sondare così il sentimento della popolazione.

Oltre al rischio “diretto” di un’attività mineraria, c’è da considerare tutto quello che ne conseguirebbe a livello di infrastrutture che dovranno essere costruite per la movimentazione dei circa 60 milioni di tonnellate di materiale che, secondo le valutazioni geologiche, potrebbero essere escavate nei monti del Beigua. Materiale che dovrà essere successivamente trasportato verso gli stabilimenti in cui può essere frantumato e raffinato e che al momento non esistono in Italia. Dunque, verosimilmente, prenderà la via della vicina Francia, dove stabilimenti per questo tipo di lavorazioni già esistono. Ma non solo, altri rischi che questo progetto porterebbe inevitabilmente con se sono: deviazione o cancellazioni di corsi d’acqua per approvvigionare la miniera, un’ enorme massa di scarto da ricollocare, una militarizzazione dell’area e un rafforzamento ulteriore delle tecnologie di controllo, espropri di case e terreni, repressione contro chi proverà ad azzardare un dissenso.

Tutto questo per arrivare ad estrarre un minerale che può essere considerato “prezioso” unicamente nell’ottica ecocida di questo progresso tecnologico digitale. Il titanio è un metallo atipico che si può ottenere dal rutilo (minerale rosso cristallino) tramite un processo chimico-industriale e presenta caratteristiche notevoli di resistenza alla corrosione e forza (considerato il miglior metallo in assoluto in questo senso), leggerezza (basso peso specifico), durezza, discreta duttilità e malleabilità. La sua produzione è iniziata negli anni ‘50 e oggi nel mondo ha una produzione di alcune decine di migliaia di tonnellate/anno. Le sue caratteristiche lo rendono utile, se non insostituibile, in diversi campi ma soprattutto nel settore aeronautico militare e missilistico, dove il pregio di avere strutture più leggere compensa ampiamente il suo maggiore costo. In particolare s’impiega per parti di motori, turbine, compressori, telai di supporto e componenti strutturali. In alcuni aerei supersonici il 60% del peso è costituito da leghe di titanio. Il suo uso riguarda anche l’industria dell’auto e della moto per modelli da corsa o speciali, e l’industria chimica per la costruzione di scambiatori di calore, valvole, pompe e serbatoi destinati agli impianti per il cloro e per la dissalazione delle acque marine. In ambito medico viene usato per realizzare protesi, viti e piastre per interventi su fratture e impianti dentali in quanto biocompatibile: lo strato di ossido che forma in superficie è un buon supporto a cui i tessuti bio-fisiologici aderiscono. Composti di titanio sono usati anche nell’industria della ceramica, cosmetica ed elettronica, nonché come pigmento per pitture e nella patinatura della carta. Oltre a ciò questo metallo trova sempre più frequentemente utilizzo in prodotti di consumo di massa come mazze da golf, sci, biciclette, montature per occhiali, fotocamere, smartphone, schermi, pc, etc.. Una richiesta di titanio che sembra destinata dunque a crescere.

I settori industriali citati appaiono “fondamentali” nello scenario globale, l’intera industria hi-tech è legata allo sfruttamento del titanio come di tanti altri minerali, e ciò non è affatto rassicurante, né per il gruppo montuoso del Beigua né altrove. La strategia di sistema mira a ridurre drasticamente i costi del titanio, il cui impiego è relativamente recente e il costo di produzione ancora troppo elevato per permetterne un impiego più diffuso nel mercato. Questa considerazione è da mettere in rapporto anche con il fatto che il titanio si trova diffusamente nella crosta terrestre, in quasi tutte le rocce magmatiche, ed è il nono elemento più abbondante nel globo.

Più in generale, lo scenario complessivo appare molto minaccioso e, come conseguenza anche del piano europeo denominato “Green Deal”, dobbiamo aspettarci un drammatico aumento della domandi di minerali e metalli che la Commissione Europea prevede di soddisfare attraverso un gran numero di nuovi progetti di estrazione mineraria, tanto all’interno dell’Unione Europea quanto all’esterno, nei continenti dove già ampiamente la produzione industriale occidentale saccheggia le materie prime.

Riguardo alla miniera che vorrebbero sulle montagne del Parco, oggi raccontano che le nuove tecnologie la renderebbero poco invasiva, l’impatto sarebbe ridottissimo mentre le ricadute positive per il territorio enormi: sono tutte strategie per condizionare l’opinione pubblica, ingannando le persone.

La cura e l’amore per la natura, la sensibilità, l’attaccamento alla propria terra e la consapevolezza della realtà di un mondo in cui la brama di ricchezza unita alla prepotenza la fanno spesso da padrone, possono far sì che domani il Parco del Beigua sia ancora quello che è oggi: boschi e prati verdi, acque cristalline e paesaggi commoventi per la loro bellezza affacciata verso il mare o verso la pianura padana. Soltanto la determinazione degli individui e l’organizzazione dal basso può mantenere questa nostra terra viva e incontaminata dall’inquinamento e dall’avidità.

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DIFENDIAMO IL BEIGUA DAI CERCATORI DI TITANIO!

volantino contro la miniera di titanio

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Articolo Beigua su Nunatak n.62

Di seguito lo scansionamento del contributo uscito sul numero 62 della rivista di storie, culture, lotte della montagna NUNATAK.

Nunatak 62 – Contro l’operazione titanio

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Articolo Punta Corna, Nunatak n. 63

Contributo uscito sul numero 63 della rivista di storie, culture, lotte della montagna NUNATAK, che approfondisce altri progetti di estrazione mineraria nel Nord Italia.

nunatak.63.punta-corna

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Opuscolo L’Operazione Titanio

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Genova: 12 dicembre “incontro pubblico a partire dal progetto estrazione di titanio sul M.Beigua”

DOMENICA 12 DICEMBRE LIBERA COLLINA DI CASTELLO (Piazza di Santa Maria in Passione, centro storico, Genova)

dalle 12.30 Pizzata di pranzo
a seguire incontro a partire dal progetto di estrazione mineraria che minaccia la zona del Monte Beigua
a seguire ancora pizze!

come si può sconfiggere davvero la devastazione ambientale se non si sconfiggono le logiche del capitalismo che sono alla base del vorace consumo di terra, suolo e risorse?

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IMBRICCHIAMOCI 18 – Autunno 2021

IMBRICCHIAMOCI – 18^ Edizione
Venerdì 29 – Sabato 30 – Domenica 31 Ottobre 2021

Ritrovo venerdì ore 16.45 Stazione di Savona. Rientro domenica sera.
È possibile unirsi al gruppo sabato mattina. In tal caso contattaci.

Info tecniche: porta gavetta, posate, borraccia, materassino, saccopelo, tenda, abbigliamento
invernale e k-way, scarpe tecniche. Quota 900 msl.
Cibo: Autogestito da condividere, 2 colazioni, 2 pranzi e 2 cene

L’esperienza collettiva di cammino e vita nel bosco seguirà una delle minacce, l’ennesima, al nostro
territorio. Con il Recovery Plan o Piano per la ripresa dell’Europa la UE ha stanziato oltre 800
miliardi di euro che spingeranno per la digitalizzazione e il controllo sociale sempre più capillare
ma daranno anche modo a speculatori senza scrupolo di devastare ancora la natura.

La bretella autostradale Predosa-Carcare-Albenga è un progetto il cui costo ammonterebbe a circa 3
miliardi e andrebbe a devastare l’entroterra di Finale e della Val Bormida, sventrando montagne e
vallate bellissime con gallerie e viadotti di cemento, disperdendo torrenti e falde acquifere e
aumentando il rischio di frane e alluvioni molto frequenti negli ultimi decenni. Negli ultimi mesi si
è costituito un comitato che promuove questo scempio e raccoglie i soliti: autorità, mercanti e
industriali, imprenditori e sindacalisti, speculatori e parassiti che si presentano eleganti e
“qualificati”. Hanno realizzato conferenze e c’è confusione, il tracciato dell’autostrada è ancora da
definire e hanno ipotizzato diverse possibilità (vedi immagine allegata) ma l’unica certezza è la
volontà di ottenere il denaro pubblico per spartirselo.

Il loro obiettivo è sempre accaparrarsi soldi e potere. Il nostro è quello di impedirlo e smascherarli e
conservare le vallate splendide che viviamo e amiamo da sempre. Così Imbricchiamoci toccherà
l’area che viene minacciata da questa opera devastante che non deve essere realizzata. È un
messaggio per loro e un modo per ricordare a tutti che ci siamo e ci saremo.

«Il sapere, che è potere, non conosce limiti né nell’asservimento delle creature, né nella sua docile
acquiescenza ai signori del mondo. Esso è a disposizione, come tutti gli scopi dell’economia
borghese, nella fabbrica e sul campo di battaglia, così di tutti gli operatori senza riguardo alla loro
origine. I re non dispongono della tecnica più direttamente di quanto ne dispongano i mercanti:
essa è democratica come il sistema economico in cui si sviluppa. La tecnica è l’essenza di questo
sapere. Esso non tende a concetti e ad immagini, alla felicità della conoscenza, ma al metodo, allo
sfruttamento del lavoro altrui, al capitale. […] Ciò che gli uomini vogliono apprendere dalla
natura, è come utilizzarla ai fini del dominio integrale della natura e degli uomini. Non c’è altro
che tenga».
Max Horkheimer – Theodor Adorno, Dialettica dell’illuminismo, 1947

SOLIDARIETÀ A CHI LOTTA PER LA NATURA e ATTACCA IL CAPITALISMO!

 

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DUE GIORNI DI INCONTRI E CAMMINATE SULL’ALTA VIA DEI MONTI LIGURI

A conclusione del campeggio del 6-7-8 agosto contro la miniera di titanio sul Beigua la necessità espressa dai partecipanti e dalle partecipanti è quella di continuare ad incontrarsi, confrontarsi e conoscersi; guardandosi negli occhi e attraversando i luoghi minacciati da un’ennesima devastazione del territorio, consapevoli che questo è solo un piccolo sentiero tra quelli da affrontare per abbattere ogni forma di dominio e autorità.

Per questo invitiamo tutte e tutti a:

DUE GIORNI DI INCONTRI E CAMMINATE SULL’ALTA VIA DEI MONTI LIGURI

Sabato 18 settembre:

  • Ritrovo ore 8.30 presso area picnic del Curlo (Arenzano –GE) da lì camminata per raggiungere la zona campeggio, il tragitto è di circa 1h30min. (agili!agili!)
  • Allestimento del campeggio e pranzo al sacco
  • Introduzione, proposte e organizzazione della due giorni
  • Chiacchierata su esperienze di lotta contro l’estrattivismo
  • Cena condivisa

Domenica 19 settembre

  • Laboratori (orienteering, tree climbing …) e camminata lungo l’AVML
  • Pranzo condiviso
  • Conclusioni finali

Info tecniche:

  • Materiale: tenda, gavetta e posate, bicchiere, borraccia, sacco a pelo, vestiario comodo adatto a due giorni in montagna a circa 1000 s.l.m., kway, scarponi o scarpe tecniche, bussola (per chi la possiede!)
  • Cibo: garantiremo una zuppa calda per la cena di sabato, per il resto porta ciò che vorresti trovare e condividere con tutti e tutte

Se hai necessità di materiale tecnico contattaci via email.

Per contatti:

delcoloredellaterra@anche.no

Per info e aggiornamenti:

delcoloredellaterra.noblogs.org

telegram: DELCOLOREDELLATERRA

 

 

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